La pietà di Tiziano, il suo testamento

La Pietà è uno degli ultimi quadri realizzati da Tiziano. Un’opera estrema, carica di sentimenti e tensioni che esprimono lo stato d’animo di un uomo consapevole di essere arrivato alla fine della sua vita e della sua carriera. Una sorta di autobiografia, dipinta in un momento tragico non solo per il pittore ma anche per tutta la sua città, nel mezzo di una epidemia di peste che scoppia nel 1575 e che sarà una delle più devastanti della sua storia.

Le condizioni di emergenza sanitaria obbligarono ad una sepoltura fatta in fretta e furia e un monumento in sua memoria viene eretto solo alla metà dell’Ottocento. Quello che si trova nella parete sinistra della basilica dei Frari, un’opera in stile neoclassico con la statua dell’artista circondato dalle personificazione delle Arti e dai bassorilievi delle sue opere religiose più importanti: l’Assunta, L’uccisione di san Pietro martire, Il martirio di san Lorenzo, la Deposizione e la Visitazione.

I Frari: inizio e fine di una carriera straordinaria

Secondo gli accordi presi con l’Ordine dei francescani della Basilica dei Frari, Tiziano doveva essere sepolto nella cappella del Cristo, e la Pietà è concepita ed ideata come decorazione per questa. La scelta non è casuale: proprio qui infatti la sua carriera era decollata nel 1518 grazie all’Assunta che ancora oggi risplende sopra l’altar maggiore.

Dopo questo esordio i successi si susseguono a tal punto che la sua fama supera i confini della Serenissima e inizia ad ottenere commissioni in tutta Europa. Il suo stile è originale ed unico conquista un pubblico sempre più vasto per il quale lavora con entusiasmo per sessant’anni.

Con la maturità e il passare degli anni però, il suo stile si fa specchio di pensieri e sentimenti diversi e inizia a modificarsi. Fondamentale è poi la pestilenza che carica di angoscia un uomo consapevole di essere al termine della sua carriera e della sua vita. E infatti con le sue ultime opere, tra qui questa Pietà, le tinte calde e luminose del giallo e del rosso sono man mano abbandonate e sostituite dai toni degli ocra e dei marroni.

I suo colori diventano freddi e scuri, a rappresentare meglio la malinconia e la disperazione del momento. Anche il disegno è stato abbandonato quasi completamente, e il pennello è usato per definire i dettagli con segni rapidi. I colori sono così densi e pastosi che a volte preferisce usare le dita per stendere il colore sulla tela.

Il suo testamento pittorico

L’epidemia di peste dura due anni e uccide circa un terzo della popolazione veneziana. Nel 1576, e non sappiamo se a causa del morbo o della sua età avanzata (la sua data di nascita non è certa ma di sicuro aveva già superato gli ottant’anni) Tiziano muore, il 27 di agosto.

Questa sua opera resta all’interno del suo studio-abitazione e a completarla ci pensa il suo discepolo Palma il Giovane, realizzando il putto che regge la fiaccola e l’iscrizione che recita “Quod Titianus inchoatum reliquit / Palma reventer absolvit deoq dicavit opus” (ciò che Tiziano lasciò incompiuto, Palma con reverenza portò a termine e dedicò a Dio l’opera).

Le due statue ai lati sono quelle di Mosè, il profeta che prefigura il Cristo, e della Sibilla Espontica, che preannuncia la Crocifissione e la rinascita di Cristo con la Resurrezione. Al centro la Vergine, composta e impietrita dal dolore, regge il corpo martoriato di Cristo. Al suo fianco la Maddalena che esprime tutta la sua disperazione e la sua angoscia attraverso la torsione del corpo e il gesto del braccio destro.

La figura del vecchio seminudo potrebbe essere quella di san Girolamo o di Nicodemo ma gli studiosi sostengono si tratti di un autoritratto del pittore che, in ginocchio, chiede perdono dei suoi peccati alla Vergine. Dietro di sé una tavoletta, un quadro nel quadro con due piccole figure. Un padre e un figlio, Tiziano e Orazio, che supplicano la salvezza dal morbo che, invece, non risparmierà nessuno dei due.

La pietà, Tiziano, Gallerie dell'Accademia

La pietà, Tiziano. Gallerie dell’Accademia di Venezia

 

Questo quadro, dopo essere stato ospitato per lungo tempo nella chiesa di Sant’Angelo, si trova ora alle Gallerie dell’Accademia, ed è una delle opere più interessanti di tutta la raccolta lì esposta.

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